Il terrore delle commesse

È domenica, insolitamente presto, diciamo le 10. La mancanza di ore libere durante la settimana mi spinge, in compagnia di mio marito, ad investire lo scampolo di mattinata in una spedizione lampo presso il più vicino centro commerciale. Il mio consorte è animato da un insolito atteggiamento proattivo, spinto com’è dalla necessità di acquistare un portafoglio.  Per tutelare la privacy di mio marito da qui in poi egli sarà il Babirussa. Il luogo vituperato, la cui fisionomia edilizia è, nel nostro immaginario, assimilabile alla Morte Nera, ci repelle esteticamente, ma ci inghiotte, per disperazione, ogni volta che si renda necessario un acquisto in orari controlavorativi. Giunti in pochi minuti, l’inverno del nostro scontento è mutato in splendida estate dalla facilità del parcheggio. Benissimo. Entriamo in un negozio appartenente ad una nota catena in franchising già collaudata per acquisti dello stesso tipo, quindi a rischio limitato di perdita di tempo. Ecco che nella mia mente si palesa un’immagine, la scena di un serial dal titolo: “Il terrore delle commesse”. In questa serie di infinite puntate il Babirussa, nel ruolo del titolo ereditato dai suoi padri, trae sommo divertimento nel dileggiare l’addetto alla vendita di sesso femminile a cui tocca la sorte di servirlo. Il suo sollazzo, in particolare, consiste nel proporre alla malcapitata giochi di parole, battute di spirito, doppi sensi che, sia pure privi di alcuna volgarità, mettano in risalto l’assoluta mancanza di senso dell’umorismo della donna e l’irresistibile simpatia dell’autore dello scherzo. Sarebbe difficile esporre un esempio di tali schermaglie data l’infinita varietà offerta da qualunque dettaglio. Può bastare un termine in lingua straniera mal pronunciato, un errore nel resto, un’informazione ambigua che lui gonfia come un palloncino che poi fa scoppiare in aria. A volte queste situazioni risultano così imbarazzanti per me, orsa come sono, che preferisco defilarmi. Domenica mattina, dicevo, ci infiliamo nel negozio. Vedo la commessa, un biondina in divisa, fino a quel momento sfaccendata, avvicinarsi a noi ondeggiando una coda di cavallo asimmetrica ed ecco proiettarsi sullo schermo della mia mente l’ennesima puntata de “Il terrore delle commesse, ennesima stagione”. Non faccio in tempo a dire: “Senti, caro, mentre tu chiedi alla signorina io vado a vedere da quella parte, sai, per quel regalo”, quando colei, sentita la richiesta di mio marito per un portafoglio da uomo, ci indirizza al collega del reparto appropriato e io mi distraggo dal mio proposito di evasione. Ecco che la scena mi offre, inaspettatamente, una nuova visione delle cose. Una situazione non del tutto nuova, ma che solo ora riesco ad apprezzare nella sua sostanza. Il Babirussa chiede di vedere i portafogli che gli vengono prontamente mostrati dal giovane barbuto in divisa. Egli, il commesso, è rapido nel mostrare e illustrare gli oggetti, mio marito si decide rapidamente all’acquisto. Osservo il giovanotto, preciso, professionale, attento e noto la leggera iperlordosi della colonna, piedi piatti e, aspetto non secondario, un certo valgismo sia delle ginocchia che dei polsi, che flette con affettazione nel parlare, contraddicendo la vistosa virilità della barba. Basta, l’acquisto è compiuto. Il Babirussa esce soddisfatto dal negozio nel giro di una manciata di minuti. Ma la più soddisfatta sono io. Finalmente capisco. Per scongiurare la serialità compulsiva del “Terrore delle commesse” non c’è che una soluzione: il commesso gay. Non importa che lo sia davvero, basta solo che lo sembri, anche solo che faccia finta. Il Babirussa, imbrigliato contemporaneamente dalla necessità di un linguaggio politicamente corretto e al tempo stesso minacciato da un fraintendimento che non lo lusinga, misura i termini, si attiene all’argomento, punta all’obiettivo (l’acquisto, non la boutade) e taglia drasticamente i tempi di esecuzione. Sono salva.

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2 thoughts on “Il terrore delle commesse

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