Il cestello dei calzini spaiati

calzini

Non sono che la metà di me stesso.

Sono anni che mi trovo qui, esposto al mutare delle ore e delle stagioni, in quella mezza gabbia di filo metallico arrugginita, che è nota, su questo terrazzo, come il “cestello dei calzini spaiati”. Questo è il luogo in cui la pena della separazione cerca un palliativo nell’attesa di un ritrovamento, del ritrovamento dell’Altro, perso nel gorgo di una centrifuga, o, forse ancor prima, nel momento del giudizio che divide i capi scuri da quelli chiari.

La cernita preliminare eseguita davanti all’oblò della lavatrice è il primo grande bivio. Migliore è la sorte di quelle coppie fuse in un abbraccio, per i quali la Mano Separatrice individua senza dubbi una destinazione: capi bianchi o capi scuri. Più incerta la sorte di quanti appartengono a categorie intermedie di colori o peggio, di fantasie che si prestano ad interpretazioni variabili. Lo stesso paio di calzerotti, infatti, se non si presentano avvinghiati tra loro, può veder finire uno dei due tra i colorati per via delle righe azzurre e l’altro tra i tra i bianchi per via delle righe bianche. In questo caso il ricongiungimento è un vero azzardo. Spesso il passaggio attraverso due gruppi di biancheria lavati con programmi e detersivi diversi è causa di traumi che lasciano il segno, tanto da rendere difficile il ricongiungimento.

La stessa Mano che smista in entrata con altrettanta rapidità procede a stendere sul terrazzo. Spesso questo avviene di sera, o così di fretta che le coppie ormai separate a forza dalla furia del lavaggio sono distribuite a caso sulle corde, a volte accoppiate a casaccio, strette insieme in scambi improbabili. Sgualciti, bagnati, freddi sono a tremare al vento notturno e solo il giorno dopo avviene il ritrovamento della maggior parte di essi dai rispettivi compagni. Dovrei dire di “loro”, nel riferirmi a quelli che, fortunati, hanno ritrovato la via del cassetto in tempi brevi, a differenza di chi, come me, langue ancora qui, privo di speranza. I favoriti sono coloro che hanno avuto in sorte di appartenere ad una piccola comunità formata da tre, quattro o fino a sei coppie, acquistate in blocco, tutti dello stesso colore. Non posso dire di nutrire stima di questi branchi, i cui membri sono privi in verità di carattere individuale e, se posso dire, mi mette a disagio il pensiero della loro promiscuità. Infatti ognuno di essi si accoppia indifferentemente con uno qualsiasi del gruppo, così, come capita, con grande comodità della Mano Smistatrice. Passano da qui molti di quei cosiddetti “fantasmini”, in verità le considero mezze calzette, che nella loro inconsistenza si perdono subito, sono incapaci di restare uniti anche solo per il passaggio dalla cesta dei panni sporchi. Hanno elastici minimi, che presto si logorano e fanno di loro inutili brandelli tutti un po’ simili ma tutti diversi, che per la loro funzione di restare nascosti nelle scarpe non di rado vengono accoppiati a caso, cosa che mi ispira un certo disgusto.

Al termine di un ciclo (cernita-lavaggio-centrifuga-stenditura-asciugatura-ripiegatura-smistamento per cassetti) coloro che non hanno trovato il compagno vengono accantonati qui, nel cestello.

L’attesa può essere breve oppure infinita. La Mano fruga spesso tra noi che, trepidanti in ogni nostra fibra, , ci lasciamo prendere ed esaminare, confrontare, raggruppare di nuovo, per colore tipo e forma, altezza dell’elastico, presenza o meno di scritte.

A volte lo Smistatore si arrende, a volte azzarda abbinamenti imperfetti, che lasciano tutti insoddisfatti, a volte, dopo molto tempo, forse anni, procede a epurare i più vecchi, scoloriti, consumati bucati o semplicemente soli-senza-speranza.

Un tempo il vecchio calzino poteva sperare di essere impiegato come materia prima per la realizzazione di pupazzi imbottiti o di marionette per il gioco dei bambini, ma ora che di bambini non ce ne sono più, anche questa mezza consolazione è svanita. A quelli di spugna di cotone, quando non c’è più nulla da fare tocca una sorte tristissima, peggiore della morte nel cassonetto del secco non riciclabile: essere adibito a straccio per la pulitura delle scarpe. Alloggiati in un vicino cassetto metallico, in compagnia di spazzole e lucidi sono destinati ad essere imbrattati di vernicette nere o marroni, dalle quali non c’è più alcuna possibilità di venire smacchiati. Comunque, prima o poi il cassonetto è la loro destinazione.
Ormai le mie nobili origini di Argyle, il mio 75% di pura lana, i miei riquadri sembrano non avere più valore. Il mio calcagno logoro e le mie fibre cotte dalla lunga permanenza all’addiaccio fanno di me solo un pezzo buono per la lucidatura delle scarpe. Sarebbe pur sempre un impiego, modesto ma dignitoso e tutto sommato di poco impegno. Non so cosa augurarmi. So che la Mano Smistatrice contava di potermi sistemare, ha cercato a lungo sul fondo dei cassetti sperando in qualche fortuna. Ricordo la storia di un paio di noi separati dalla caduta di uno dei due nel retro di un cassetto. Lui formava una piccola massa elastica che ne impediva la chiusura e così resistendo ha dato segno della sua presenza, permettendo allo Smistatore il fortunoso recupero.

Si vive a metà, e ci si chiede: Chi sono? Cosa sono? A cosa servo?

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