L’estetica del baretto

Premessa.  Questo post non ha foto, in segno di lutto, perchè il suo oggetto non esiste più.

Non so da che parte cominciare a descrivere il Bar Giulia. Meta di fugaci colazioni nelle mattine fredde e buie d’inverno, verso le sette e mezza era l’unica luce sul tratto finale della strada, ti accoglieva a quell’ora con il calendarione malamente strappato, la cassa pavesata di festoni di gratta e vinci. Oltre ai tavolini coperti di gazzette e corrieri dello sport, due o tre slot machines molto antiquate, qualche frigorifero assortito per forma e dimensione. Mentre aspettavi il cappuccino, caldo al punto giusto e nelle corrette dimensioni, proporzioni e dosi, e azzannavi il cornetto ancora tiepido, l’oroscopo di Branko risuonava con discrezione al di sopra delle prime chiacchiere degli avventori, sempre quelli: gli operai, l’impiegato, “frangetta” che lasciava i figli in macchina mentre faceva colazione. Paolo e io, in fuga ogni tanto per esigenze di sveglie antelucane, una messa più presto del solito, ci godiamo quella colazione come una mini luna di miele (ancora bollente all’Interno del cornetto) ogni volta che lui parte per una trasferta di lavoro. Se le trasferte si ripetono ancora e le nostre colazioni clandestine anche, nessuno ci può privare della nostra privata poesia, ma il Bar Giulia non è più quella cornice tra il trash e il retrò che ci metteva allegria. Ora la Fòrmica® finto-radica che rivestiva il retro del bancone non c’è più e si è fatto il tentativo di liberare la vetrata sul retro per aprire una vista su di uno spicchio di giardino, cosa lodevole, specie d’estate. Le pareti hanno un rivestimento sobrio tra il beige e il testa di moro, le seggiole e i tavolini sono tutti uguali e coordinati, e le sciarpe della Lazio, tese sullo specchio, hanno lasciato il posto ad una parete color avorio, disadorna, dove sta facendo capolino, da qualche giorno, un avviso scritto a mano libera su un foglio a4: “Bibite, aperitivi, happy hour”.

A me dispiace, il mondo è degli innovatori, questo paese ha bisogno di molte rottamazioni, bisogna guardare avanti, però il Bar Giulia aveva una nobiltà che il nuovo Bar, che esibisce perfino come un’opera d’arte il “progetto grafico” di quello che vorrebbe essere un logo, mette un po’ di tristezza. È sempre vuoto, ahimè per quelle volenterose ragazze che lo gestiscono e che non sanno darti un cappuccino con la schiuma giusta, sempre un filino tiepido, insufficiente. Invece il vecchio gestore in quell’ambiente francamente brutto e caotico riusciva a curare la clientela, facendola uscire dal locale soddisfatta e serena: quello che serve all’inizio di una nuova giornata.
Che dire. L’ennesima lamentela nostalgica del Babirussa e di sua moglie.

Ma anche no.  Vorrei approfondire queste sensazioni.  Come possiamo noi, da amanti del buon design, che predicano rigore nelle linee e ascetismo nella decorazione, coraggio nei cromatismi e una sobrietà spietata sentirci tanto a nostro agio laddove tutto questo manca?  E siamo capaci perfino di perdonare le sciarpe della Lazio e le rimpiangiamo perfino, alla faccia della nostra Fede.

C’è qualcosa che non riesco a spiegarmi. Qualcuno mi aiuta?

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