Roma, monnezza e fotografia

Chi è Hyossie? Un ragazzo giapponese.  E come lo conosci? Mica lo conosco, conosco le sue foto, su Flickr.  Aah.  Che ti devo dire, le sue foto mi fanno impazzire.  Che hanno di speciale?  Niente.  Niente di speciale.  Lo speciale non mi interessa.  Il normale esiste.  E Hyossie fotografa le cose normali.  Quello che vedi camminando, la notte, il giorno, la pioggia. le luci della città, la luce dalla finestra, due fiori in  un vaso. Le biciclette che passano di sera.  Una foglia incastrata in un tombino, i petali spampanati sul tavolo vicino al vaso.  Niente, tutto normale. Nemmeno monumenti famosi o panorami mozzafiato lontanissimi da noi.  Il suo orizzonte di pedone in città è lo stesso mio.  La sua attenzione è sul suo prossimo passo.

Higobashi evening

Mi sono studiata bene le sue foto.  Mi vado ogni volta  a vedere l’exif, che sarebbe l’elenco dei dati tecnici della foto, come la ricetta dei piatti sulle riviste di cucina.  Lo facevo per imparare a cucinare appena sposata.

Hyossie, dicevo, è un ragazzo di Osaka, e fa una vita normale.  Per questo mi illudo di poter fare foto belle come le sue, che ti fanno sentire immerso nella sua normalità giapponese di sera e di mattina.  La mia normalità romana dovrebbe offrire altrettante occasioni di visuale sulla normalità.  Dovrebbe offrire marciapiedi, tombini, strade lucide di pioggia, piante in vaso, controluce.  Si, certo, a Roma non mancano mica le immagini da immortalare.  Però qualcosa mi disturba, inquina il mio orizzonte di pedone urbano.  Deve essere la monnezza ovunque.
monnezza
Le ortiche alte un metro sul marciapiede vicino casa mia, l’asfalto screpolato che tartaglia sotto le ruote della bicicletta.  Deve essere l’infinità di cartelloni abusivi, di segnali stradali inutili, di bandone che delimita cantieri eterni. Cumuli di sporcizia.  Tutto questo non è normale.  No.  Forse non è solo che non sono una gran fotografa, è che tutto questo non lo sento normale.
Non accetto che la monnezza per strada sia da considerarsi normale.
Normale è che i netturbini facciano il loro lavoro.  Che passino nella mia strada più di una volta l’anno (sic!). Posso sì descrivere tutto questo, denunciare, ma lo fanno già in tanti e non succede niente.  Ma io voglio altro, io cerco la bellezza divina che sta dentro la normalità.  Lo spettacolo della struttura della materia, della materia della città, della città che calpesto coi miei piedi.
Perché, non potresti fotografare le ortiche e vederci dentro la poesia, come facevi con le lamiere arrugginite?
Si ok.  Però c’è un limite.  Non ce la faccio a fotografare la sporcizia delle strade.  Michelangelo Pistoletto e quelli della cosiddetta Arte Povera hanno riempito i i più grandi musei di arte contemporanea di mucchi di stracci o spazzatura, ma mica per denunciare.  Una riflessione filosofica sull’estetica dello scarto nella civiltà dei consumi mi sa troppo di anni’70. Che noia. Considera anche che per capire quel tipo di arte ci vuole una cultura visiva che permetta di distinguere la monnezza vera da quella usata ad arte.  Proponi ad un pubblico impreparato la tua opera concettuale a base di scarti e aspettati che la colf la spazzi via senza pensarci due volte.
Qui il desiderio di bellezza si sta facendo cogente.  Abbiamo bisogno che i nostri occhi si possano posare sul paesaggio urbano senza fuggire.  Invece ogni volta che percorro i 500 metri che mi separano dal supermercato qui vicino mi viene un malumore profondo.  Devo stare attenta alle ortiche,non posso passare sotto gli alberi non potati, una volta in luglio, con 40° all’ombra c’era una carogna di un gatto. Sì, una carogna sotto casa, dentro un cespuglio infestante che cresceva tra il cordolo di travertino e l’asfalto del marciapiede, proprio davanti casa mia.  Qualunque tipo di oggetto cada sull’asfalto lì resta.
Comunque mi sono stufata di cercare di mostrare il bello del rifiuto.  Non gliela voglio dare la soddisfazione, alla monnezza.
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